Le piattaforme di VOD. Loro descrizione, classificazione e vari esempi

di Andrea Geremia e Simone Piva

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Orientamento delle tipologie di distribuzione. Schema tratto dalla Fondazione Rosselli, dispense relative al seminario ‘Iptv, Web Tv e Corporate Communication’, 14 aprile 2010, p.5.

La catalogazione dei sistemi di Video On Demand è lasciata a diverse interpretazione da parte degli esperti del settore. Focalizzeremo l’attenzione sulle piattaforme Over-The-Top-TV (OTT-TV), che distribuiscono i propri contenuti tramite connessione internet a banda larga su reti aperte, cioè non dispongono di reti proprie, e accessibili attraverso una molteplicità di devices (TV, console per videogame, mobile devices ecc…). Oltre ad essere quelle con una flessibilità e crescita maggiore in questi ultimi anni, offrono maggiori scenari di evoluzione per il prossimo futuro.

Fonte: Luigi Ricci., Situazione e opportunità del mercato italiano del Video-On-Demand, http://www.slideshare.net/luigiricci/case-study-del-mercato-italiano-del-video-ondemand?from_search=2, 2012

Grazie alla tipologia di accesso di tipo “aperto” tutti gli utenti possono usufruire dei servizi offerti. Una forma di esclusione è esercitabile solo per macro-aree (es. limitazioni geografiche), ma non può essere diretta verso il singolo individuo. Un esempio possono essere Netflix o Hulu, famosi servizi nati in America e ancora non presenti in Italia. Nonostante questo esistono molti stratagemmi per collegarsi a questi siti da territorio esclusi.

Esistono, inoltre, svariate tipologie di On Demand, che si differenziano in base al tipo di business proposto:

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  • Transactional Video On Demand (T-VOD), meglio definibile come il classico Video On Demand, si basa sul fatto che il consumatore effettua una transizione per ciascun programma audiovisivo che intende visionare. In questo modo il cliente paga per il singolo contenuto On Demand. Esempi di questo tipo di piattaforme sono: iTunes, Own Air, Amazon Instant Video e Chili TV.
  • Substriction Video On Demand (S-VOD), basato sul modello “all you can eat”, è l’esatto opposto del modello T-VOD; sono i servizi come Netflix, Hulu Plus, Amazon Prime, Premium Play e InfinityTV, in cui, dietro il pagamento di un canone mensile, ci si abbona a un servizio all’interno del quale si possono visionare tutti i programmi offerti per quante volte si desidera.
  • Advertised Video On Demand (A-VOD), comprende servizi come Hulu e Crackle di Sony che permettono la visione gratuita del contenuto, supportata dal fornitore del servizio attraverso la vendita di spazi pubblicitari.

La piattaforma VOD più diffusa al mondo è Netflix. Netflix è una società statunitense nata nel 1997 dalla mente di Reed Hastings. Inizialmente offriva un servizio di noleggio di DVD e videogiochi che spazzò via la concorrenza di Blockbuster, dando la possibilità ai propri utenti di sottoscrivere un abbonamento mensile che permetteva di noleggiare film su Internet e riceverli a casa tramite il servizio postale, senza limiti di tempo per la restituzione.

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Dal 2007, la società è passata alla diffusione di video in stream via Internet: per 7,99 $ al mese, negli USA, con l’opzione di interrompere l’abbonamento a piacere, gli utenti possono guardare un’ampia collezione di film e telefilm su qualsiasi apparecchio collegato al Web, dai PC ai tablet, dagli smartphone ai televisori.

Oggigiorno la piattaforma conta quasi 30 milioni di abbonati negli USA e oltre 40 milioni in tutto il mondo.

Untitled4 Un confronto grafico tra i principali esempi mondiali di Video On Demand ci permette di dedurre che:

  1. Le piattaforme che offrono maggiore varietà nei contenuti sono quelle con il valore delle pageviews più alto; iTunes, Google Play e Vudu, pur offrendo prevalentemente film, iescono ad attrarre una gran quantità di pubblico grazie alla loro semplicità d’uso e qualità.
  2. I servizi di Video On Demand con un valore più alto sono quelli con elevata varietà dei contenuti e servizi di tipo S-VOD.
  3. Le piattaforme che offrono tipologie congiunte di On Demand, ovvero sia S-VOD che T-VOD, sono quelle che riscuotono meno successo (quindi con cerchi di diametro minore). Viceversa, i servizi che mettono a disposizione dell’utente solamente un unico metodo di transizione (flat o a consumo), riescono a creare meno confusione tra le persone e ad attrarre un pubblico più vasto.

Ma come mai, fino ad ora, l’Italia è rimasta esclusa dalla maggior parte dei servizi VOD e lo sarà, probabilmente, anche per il 2015?

La risposta non è legata esclusivamente alla scarsa penetrazione della banda larga, in quanto, come si può notare dalla mappa sottostante l’Italia è perfettamente in linea con le nazioni del Nord Africa.

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La velocità necessaria per vedere contenuti video in streaming non è soddisfacente, causando congestioni, blocchi o salti.

Questo è vero solo in parte, poiché il problema principale è la mancanza di disponibilità dei diritti. Google Play, iTunes Store, Chili e tutti i principali competitor operanti in Italia hanno praticamente il medesimo catalogo di film, che comprende un pacchetto di lungometraggi delle principali major americane. I distributori dei diritti dei film in Italia rilasciano difficilmente i diritti. Esempio perfetto è quello di una delle case più importanti, ovvero Medusa, che concede pochissimo del proprio catalogo, probabilmente perché da poco ha una propria voce online (Infinity TV) in cui riversarli in esclusiva.

https://www.youtube.com/watch?v=UohUQUuF7PI&list=UUIPsK5xspHC3-ZFNPTx2X_w

La grande confusione burocratica e la creazione di veri e propri monopoli creano un terreno sfavorevole a eventuali nuovi competitor intenzionati a investire in territorio italiano; venendo privilegiate le società italiane e quelle che già operano nel nostro paese, come Sky, viene a formarsi una concorrenza fittizia.

Per un maggior approfondimento dell’argomento:

http://www.wired.it/play/cinema/2014/07/14/netflix-italia-2/

 

 

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