Informatica e conoscenza: un binomio inscindibile

di Gianluca Torrini

Scuola, analfabetismo digitale, informatica: ne avevamo parlato qui (http://www.technonews.it/2014/04/20/lanalfabetismo-allepoca-della-comunicazione-2-0/) qualche tempo fa proprio su Technonews, ma il tema è tornato con forza sui media dopo la conferenza che si è tenuta il 9 giugno nell’Aula magna della Facoltà di Architettura a Valle Giulia, e che ha visto dialogare, con tanto di battibecco sfiorato con un bel botta e risposta, il Ministro per i beni culturali e il turismo Dario Franceschini e il presidente di Google Eric Schmidt, moderati per l’occasione da Luca De Biase.
Si deve studiare più informatica in Italia, ha sentenziato Schmidt; ad ognuno le sue specificità e le sue vocazioni, ha risposto Franceschini, sottolineando che magari in Italia conosciamo e studiamo più il MedioEvo e la sua cultura rispetto all’informatica, materia sempre più centrale negli Stati Uniti.
Complicato e forse inutile dare ragione ad uno dei due, complesso analizzare in modo più approfondito vantaggi e rischi di visioni spesso contrastanti, quella europea e quella americana, e che nelle due posizioni prima citate fanno riemergere quell’oceano di distanza sul modo di fare sociologia e pedagogia e quindi su quelle politiche sociali ed educative che ne conseguono.
Per spendere qualche minuto in più sul fatto, però, soffermiamoci su due aspetti centrali, non esaustivi, ma che senza dubbio si pongono come considerazioni da fare prima di iniziare a tifare per una parte o l’altra.
Primo. Il Ministro Franceschini commette una pecca quando mette troppo da parte la valenza principalmente strumentale che hanno i mezzi digitali. L’informatica serve anche e soprattutto a organizzare la conoscenza – il cosiddetto knowledge – nel modo più adatto, serve a costruire ambienti di comunicazione e fruizione in grado di rispondere alle esigenze prefisse, serve ad organizzare i processi. I nuovi media, al pari dei classici, sono cioè strumenti, e sarà sempre più necessario che il più grande medioevalista dei nostri giorni conosca l’informatica per sistematizzare la propria ricerca, per comunicarla, per sostenerla, per organizzarla, per condividerla. Non far studiare ai nostri figli l’informatica vorrà sempre più dire affidarsi a politiche di knowledgement scelte da altri, a strategie comunicative a “taglia unica”, buone per tutte le occasioni. Al contrario, conoscere il linguaggio digitale permetterà di trovare nuove connessioni più facilmente grazie al potenziamento che l’informatica ha portato all’organizzazione della conoscenza, permetterà di dar vita a strategie comunicative che, la convergenza digitale ormai è un dato di fatto, possano essere efficaci ed efficienti.
Secondo. Eric Schmidt, per quanto riguarda le abilità proprie dell’universo della comunicazione, non ricorda il fatto che studiare informatica senza avere competenze comunicative sia come avere uno spremiagrumi in una casa senza arance. Lo strumento di per sé, cioè, vale poco o nulla se non si hanno le competenze per utilizzarlo al meglio: nel nostro caso, le competenze comunicative.
Per competenze comunicativa si intende cioè non semplicemente la facoltà di sapere utilizzare un linguaggio, ma l’abilità nel condurre un’interazione valutando correttamente il significato delle parole, delle immagini, dei suoni, delle pause, dei silenzi: tutto quello, cioè, che permette alle persone di essere sempre in grado di esprimere ciò che vogliono nella consapevolezza reciproca di essere capiti. E si ha competenza comunicativa non solo, per dirla con Dell Hymes, quando si esplicita la capacità di capire “quando parlare e quando tacere, e riguardo a che cosa dire, a chi, quando, dove, in qual modo”, ma anche quando, e qui ci affidiamo ad Habermas, chi partecipa alla comunicazione ha chiare sia le regole fondamentali del discorso sia quelle dell’interazione simbolica, ovvero dei comportamenti e delle aspettative di ruolo.
Per la comunicazione, e conseguentemente per lo sviluppo di una cittadinanza consapevole, è quindi necessario non solo conoscere l’informatica, quanto utilizzarla per poter essere in grado di dire ciò che vogliamo, fino ad arrivare al punto di abbandonare strumenti vecchi per crearli di nuovi.
Concludendo. Il nostro medioevalista, quindi, sarà sempre più costretto a conoscere la grammatica digitale per capire come e cosa sia possibile fare per massimizzare la sua ricerca scientifica: il digitale offre una serie di meravigliose opportunità per creare collegamenti inediti, realizzare testi multimediali, condividere la propria conoscenza ed accedere a quella degli altri. In poche parole, e per tornare con i piedi in terra, chiudersi in biblioteca senza conoscere software per la creazione di mappe concettuali o ebook, oppure i più importanti social network centrati sulla ricerca, limita e limiterà sempre più la capacità di organizzare e comunicare la ricerca. Speriamo che sia giunto al termine il tempo dei professori universitari che con una punta di orgoglio e il fare un po’ naif raccontano che non sanno cosa sia un ebook o una mail, che non si sporcano le mani con quelle scatole dotate di tastiera, loro che amano solo e soltanto l’odore della polvere delle biblioteche più recondite.
Dall’altro lato, più che mai dovremo sostenere aree di ricerca che oggi non sembrano avere un ritorno sull’investimento, sia per possibilità di collocamento nel mondo del lavoro sia per la difficoltà nel dare vita a patent spendibili sul mercato. Ma anche in questo caso, la competenza comunicativa digitale sarò un sostegno insostituibile per quei Paesi che investono più in Storia Medioevale che in informatica: non garantire la giusta formazione al digitale alle nuove generazioni indebolirà ulteriormente le scienze più deboli. Sta ai formatori il duro compito di insegnare l’informatica “facendo”, ovvero utilizzandola come strumento insostituibile per ogni materia dei diversi percorsi educativi che caratterizzano la cultura e l’identità di ciascun Paese.

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