L’analfabetismo all’epoca della comunicazione 2.0

di Gianluca Torrini

Dare un’occhiata all’ormai quinta edizione del Media Student’s Book, edito la prima volta nel 2004 (http://books.google.it/books?id=lTAxAAAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false), può essere un ottimo spunto per capire quanto sia ancora estesa oggi la distanza che corre fra capire e fruire la comunicazione: o, ancora di più, tra subirla e farla, se vogliamo allinearci con la fetta sempre più larga di apocalittici dei nuovi media. Un oceano di distanza che fa delle nuove e delle vecchie generazioni un unico buglione di ignoranti, si permetta l’estremizzazione, digitali e analogici. Poco sappiamo su cosa sia questa “comunicazione”, e la fruizione mediale degli individui è tutt’altro che “consapevole”, così poveri di nozioni a riguardo delle strategie e delle tecniche utilizzate per ideare e realizzare una brochure, un video, un sito, uno spot e via dicendo in una lista infinita.

Un paradosso che si palesa davanti ai nostri occhi in tutta la sua grandezza: in un mondo dove tanto, tantissimo si gioca sull’immagine, sulla riconoscibilità, sulla creatività, sulla comunicazione insomma, proprio la comunicazione si insegna e si apprende soltanto dall’Università, e spesso in insegnamenti che guardano più indietro (Storia del cinema, del teatro, eccetera) che davanti. Chiaro che il passato sia imprescindibile, fonte di analisi e pratiche di inestimabile valore, ma perde molto della sua importanza se non orientato al futuro, se non coniugato con i giorni nostri prima e con quelli a venire poi.

Si pensi cosa voglia dire questo sotto il punto di vista economico: proprio in tempo di crescita zero, i social network, ed in generale la cosiddetta comunicazione 2.0, ha portato una nuova possibilità per tramutare quel circolo vizioso della crisi in uno virtuoso fatto di opportunità comunicative. Economicamente, infatti, i media 2.0 hanno un costo sensibilmente minore rispetto a quelli classici, permettendo alle aziende di poter investire meno ottenendo gli stessi livelli di visibilità, se non perfino maggiori, soprattutto in termini di segmentazione del target: oltretutto, parliamo di una visibilità perfettamente controllabile, visti i sistemi di conteggio e monitoraggio estremamente precisi e sempre aggiornati sull’attività del destinatario sui canali Social, permettendo così alle aziende di misurare con precisione il Ritorno sull’Investimento in termini comunicativi. Eppure, molto spesso il settore comunicazione è quello che per primo risente della cosiddetta spending review, con tagli alle spese che, però, producono un feedback negativo alle quali molte imprese non pensano, oberate dal fronteggiare il breve periodo: minore visibilità porta minore fatturato. Ma come spiegarlo agli Amministratori Delegati? E come agli uffici marketing?

Ed anche nelle realtà più piccole – quella piccola e media impresa così importante per l’Italia – quanto di strategia e di tecnica di comunicazione viene insegnato a scuola a chi vi lavora, per permettere a tutti di toccare almeno gli aspetti centrali per ogni soggetto economico? Quanto, a livello comunicativo, viene affrontato in termini di competenze di base prima e di competenze specialistiche poi nel sistema educativo nazionale, per preparare i futuri lavoratori alle problematiche reali del mercato della comunicazione? Non si tratta di essere tutti grafici, ma di capire di grafica, allo stesso modo in cui viene insegnata la poesia a scuola non pretendendo di fare di ogni bambino un poeta.

Tutto ciò diventa ancora più importante anche e soprattutto se pensiamo alle possibilità di investimento ancora notevoli nelle ICT, in una nazione dove il 32,7% delle imprese non è presente su internet, e dove solo il 24,7% delle imprese utilizza un social media (il 45,2% nel caso delle imprese con almeno 250 addetti. Dati: Istat 2013, http://www.istat.it/it/archivio/107732).): la necessità di guidare le aziende in questo sviluppo comunicativo, in questa migrazione verso nuovi territori della comunicazione, sottolinea l’urgenza di tappare le falle di un sistema educativo dove non solo non si danno a tutti le basi delle teorie comunicative, ma che si chiede anche a coloro che le ricercano, cioè i futuri “comunicatori”, di aspettare generalmente di arrivare a 20 anni e di iscriversi all’Università o ad altre realtà formative peculiari.

Così, le competenze digitali spesso si sviluppano “facendo”, però con enormi limiti in termini di progettualità, di aggiornabilità, di strategia e di vision quindi, dando vita a grandi “buchi neri” che abbassano la qualità e la spendibilità della propria posizione professionale. E quanto l’analfabetismo costi in termini di spesa nazionale – come riassunto dalla World Literacy Foundation, che ha pubblicato “The economici & Social Cost of Illiteracy: a snapshot of illiteracy in a global contest” (http://www.worldliteracyfoundation.org/The_Economic_&_Social_Cost_of_Illiteracy.pdf) o affidandosi alla cosiddetta Learning Curve (http://thelearningcurve.pearson.com/the-report), che analizza come il ritorno d’investimento sull’educazione abbia un impatto notevole nei contesti sociali ed economici – è ormai chiaro, così come debba diventare palese che l’analfabetismo alle strategie e alle tecniche della comunicazione rappresenti un handicap sotto il punto di vista politico, di cittadinanza, di ricchezza culturale.

Qualche mese fa Obama, parlando di videogiochi, ha espresso un concetto molto semplice: un sistema educativo performante e coinvolgente dovrebbe garantire ai ragazzi di saper creare ciò che fruiscono quotidianamente. Per i videogames, questo vuole dire far vedere alle nuove generazioni come si possa ideare e creare una grafica, quali siano i linguaggi di programmazione più adatti, come si scriva il content per un supereroe, solo per portare alcuni esempi. Insomma, essere consapevoli del proprio consumo mediale.

E se a ciò aggiungiamo che i lavori che ad oggi hanno le percentuali più alte di richiesta e crescita da parte delle aziende sono relativi a professionalità che 20 anni fa nemmeno esistevano, l’immobilismo dei piani di studio e dei curriuculum ci racconta di quanto siamo troppo spesso bravi a farci del male: un cambiamento è ad oggi il primo punto per la riorganizzazione di percorsi di studio che ci rendano capaci di discernere la buona dalla cattiva comunicazione.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

     

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>