Nel mondo di Gravity

Lunghi piani sequenza, un perfetto utilizzo della stereoscopia, una innovativa tecnologia che ci affranca dalle evidenti costrizioni dello green screen, questo è Gravity, un punto di riferimento estremamente importante per il cinema. Ma soprattutto è l’utilizzo di effetti speciali non gratuiti, una sceneggiatura intelligente che esce dal solito schema “buono – cattivo – buono vince” alquanto obsoleta e una cura maniacale dell’immagine assieme ad una altrettanto innovativa quanto minimalista colonna sonora. Di questo ci parla Andrea La Mendola, giovane regista torinese stabilitosi a Los Angeles.

di Chiara Boeri

Gravity: effetti speciali da fantascienza

 di Andrea La Mendola

Dopo il recente successo di Gravity agli Oscar, si è parlato moltissimo dei suoi eccelsi effetti speciali e degli aspetti tecnici che lo hanno reso un film dall’alto valore innovativo.

Gravity è un film di fantascienza diretto da Alfonso Cuarón e interpretato da Sandra Bullock e George Clooney. La pellicola è basata sulla storia della dottoressa Ryan Stone, un’esperta ingegnere biomedico, che affronta per la prima volta una missione nello spazio. La Stone, insieme al comandante della missione Kowalsky, durante dei lavori di manutenzione all’esterno dello Shuttle, viene colpita da un’onda di detriti di un satellite russo appena esploso. I detriti distruggono la navetta spaziale lasciando i due da soli nello spazio, senza possibilità di comunicazione con la terra o con altri equipaggi nell’orbita terrestre.

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Recente vincitore di 7 premi Oscar tra cui miglior regia, effetti speciali e fotografia, il film risulta essere una vera e propria esperienza visiva e sonora in cui i due elementi concorrono a tenere lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine.

Come più volte dichiarato dai produttori e dal regista stesso, l’obiettivo è stato quello di creare un’esperienza completamente immersiva per lo spettatore che, in qualche modo, lo facesse fluttuare nello spazio insieme ai protagonisti.

Ma che cos’ha di unico Gravity dal punto di vista degli effetti speciali?

Innanzitutto non era mai stato precedentemente realizzato un film che mostrasse un personaggio fluttuare nello spazio così a lungo e in modo così realistico. Se a ciò aggiungiamo l’uso estensivo di lunghissimi piani sequenza (la sequenza di apertura dura quasi 18 minuti senza alcun stacco di montaggio), allora possiamo intuire la complessa realizzazione di un film come questo.

Gli effetti speciali sono il risultato della combinazione di tecniche avanzate di riprese sul set con un’intensa lavorazione in post produzione. Le riprese sono state pensate in modo tale da poter rendere estremamente realistiche le immagini che sarebbero state generate successivamente in cgi (computer generated images). Per fare ciò era necessario registrare più informazioni possibili durante le riprese in studio di posa, in particolare quelle riguardanti l’illuminazione.

Una delle chiavi di volta è stato l’utilizzo di una tecnologia avanzata chiamata Light Box, più di sei metri di altezza per tre di larghezza di pannelli con luci a LED che circondavano il set entro cui gli attori recitavano. Quasi 2 milioni di luci a led controllabili in remoto ai quali può essere variata intensità luminosa, colorimetria e velocità di refresh. Questi pannelli, detto in parole semplici, possono creare svariate fonti di illuminazione sugli attori e al contempo visualizzare immagini di background sulle gigantesche pareti del light box.

Tale tecnologia ha consentito a Cuarón e al suo team di esperti di immagazzinare svariate informazioni sull’illuminazione dei personaggi attraverso macchine da presa che riprendono ad alto frame rate. Le informazioni acquisite sono state poi trattate in post produzione per ricreare un’illuminazione realistica sul volto degli attori e sugli elementi ricostruiti in cgi. Senza tale strumentazione e illuminazione sarebbe stato molto difficile raggiungere un tale livello di fotorealismo, considerando l’unicità dell’illuminazione che si ha nello Spazio, dove il contrasto tra buio e luce è estremamente esteso.

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Studi di posa con Light box e motion control

Alcuni si chiederanno come mai non sia stata utilizzata la più comune tecnica del green screen per sostituire i fondali. La risposta viene data direttamente dal supervisore degli effetti speciali, Tim Webber, che fa notare come, non solo non avrebbero potuto avere così tanti parametri sull’illuminazione (permessi invece dal Light Box), ma che le riflessioni del verde avrebbero impedito di lavorare in maniera pulita e neutra sui vari elementi della scena. Ricordiamo che Gravity è costellato da lunghi piani sequenza e il green screen avrebbe creato molti problemi sull’illuminazione di tali sequenze. Inoltre, il green screen essenzialmente viene impiegato per separare facilmente gli attori (soprattutto i loro capelli) da un fondale, ma visto che in Gravity gli attori avrebbero indossato tute in gran parte realizzate in cgi, tale tecnica sarebbe stata superflua e problematica per la fotografia. Inoltre questa tecnica pare aver favorito enormemente la performance degli attori.

Da un lato il fatto che gli attori fossero completamente isolati dal resto della troupe ha consentito, in particolare modo alla Bullock, di immedesimarsi nel suo personaggio che passa buona parte del film da sola. Dall’altro la proiezione di immagini sui pannelli a LED garantiva degli elementi di riferimento agli attori che un normale green screen non consente. Infatti venivano spesso proiettate sui pannelli le immagini ricostruite al computer dello shuttle o della terra vista dallo spazio.

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Frame dal film Gravity con Sandra Bullock

Gli attori hanno quindi potuto sfruttare la proiezioni di tali immagini a loro vantaggio nella performance.

Per i ricchi piani sequenza e di movimenti di macchina, alcuni dei quali estremamente sofisticati e complessi, sono stati utilizzati dei motion control, ossia strumentazioni per movimenti di macchina automatizzati e gestiti da computer che possono eseguire movimenti anche molto complessi. Per il film sono stati progettati nuovi motion control – alti anche diversi metri – che erano in grado di muoversi su molti assi di rotazione in modo tale da garantire alla macchina da presa di spostarsi in tutte le direzioni possibili. E come avranno notato quelli che il film l’hanno già visto, Cuarón non si è certo limitato sui movimenti di macchina, anzi ne ha fatto un uso estensivo ed estremamente sapiente nell’ottica di rendere il film un’esperienza immersiva per lo spettatore.

Spesso durante il film vediamo gli attori muoversi e fluttuare verso la macchina da presa oppure allontanarsi da essa. Grazie alle tecniche adottate non sempre è stato necessario far muovere gli attori, ma al contrario si è ricorsi al movimento della macchina da presa con gli attori fermi davanti a essa.

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Frame dal film Gravity con Sandra Bullock

Attraverso cambi di prospettiva e ricostruzioni cgi, si è creata l’illusione del personaggio che si muove mentre la macchina da presa è ferma, rendendo la “fluttuazione” nello spazio ancora più realistica. In qualche sporadico caso è stata utilizzata la più classica tecnica dei cavi per far fluttuare gli attori sospesi nel vuoto.

E’ chiaro d’altronde che in generale tutte le sequenze più spettacolari del film utilizzano il meccanismo del motion control e della ricostruzione fotorealistica in cgi.

Possiamo tranquillamente dire che Gravity abbia introdotto nell’industria cinematografica un nuovo standard di qualità visivo e testato nuove tecniche di ripresa che potranno sicuramente essere adottate in futuro da altri film. Bravo Cuarón e tutto il team che ha saputo innovare e alzare l’asticella nella sfida al realismo cinematografico più avanzato, possibilmente senza dimenticare di mettere gli effetti speciali al servizio della storia.

Per ulteriori informazioni sugli effetti speciali in Gravity consultare: https://www.fxguide.com/featured/gravity/

Inoltre è possibile guardare un seminario tenuto da uno degli inventori della tecnologia Light Box durante la View Conference 2013: https://www.youtube.com/watch?v=gTQRRIUW4Ns&feature=youtu.be&t=40m38s

 

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