Nel Mondo delle Digital Humanities

Di Giorgio Guzzetta e Domenico Fiormonte

Nel dicembre di tre anni fa, sul sito web del New York Times (una volta si sarebbe detto sulle pagine, ma ormai non è più così), Stanley Fish, uno degli accademici americani più in vista in campo umanistico, ha criticato un campo di studi emergente, le Digital Humanities, che sembrava essere la novità che tutti attendevano per risollevare le sorti degli studi umanistici. Fish ne parlava in maniera sarcastica, presentandola come l’ultima moda nel campo degli studi umanistici, una nuova fede religiosa, anche un po’ fondamentalista, che avrebbe dovuto (o voluto) trascendere la mortalità degli umanisti e delle Humanities in genere. In realtà, come notava Stephen Ramsay, uno dei portatori sani di digital humanities, era una novità che esisteva fin dagli anni Sessanta – Settanta, come lo stesso Fish avrebbe dovuto sapere visto che proprio in quegli anni aveva criticato uno dei primi adepti della setta, Louis T. Milic, con argomenti abbastanza simili a quelli del 2011 (a parte il coté religioso).
Queste polemiche però sono servite a far uscire questa nuova area di ricerca dalla torre d’avorio dell’accademia e a farla conoscere al grande pubblico (come si dice, anche la cattiva pubblicità è pubblicità…). Bisogna ribadire che non si tratta di una moda o di una novità dell’ultima ora, ma di un tentativo di creare un rapporto sempre più stretto tra materie umanistiche e mondo digitale che ormai va avanti da decenni, in forme diverse. Digital Humanities è l’etichetta più recente, ma c’è ne sono state, e in parte ancora ce ne sono, molte altre.
Anche in Italia, malgrado non abbiano avuto lo stesso tipo di richiamo mediatico (anche se recentemente sull’inserto culturale del Sole24Ore si è in fondo parlato di questi temi, pur senza nominare le digital humanities esplicitamente), esiste una tradizione di Informatica Umanistica, la cui rilevanza è in qualche modo riconosciuta nel mondo, visto che secondo molti la storia della disciplina inizia proprio con un italiano, padre Roberto Busa, che nel 1949, grazie a un incontro avuto a New York con l’amministratore delegato dell’IBM Thomas Watson Sr, inizia a lavorare all’idea di “trasferire” nei nascenti calcolatori l’opera omnia di San Tommaso d’Aquino. La passione di Busa, che ha continuato a lavorare al suo progetto per decenni, adattandolo alle nuove tecnologie che nel frattempo si sono succedute a ritmo sempre più incalzante, ha contagiato altri studiosi e accademici, creando una scuola italiana di linguistica computazionale, molta nota ed apprezzata anche a livello internazionale (l’European Language Resource Association, associazione europea di studi sul linguaggio, ha istituito un premio in memoria di Antonio Zampolli, “un pioniere e visionario nel campo della linguistica computazionale”). Si tratta di una disciplina gemella che ha preceduto l’informatica umanistica propriamente detta (lo stesso Zampolli ha contribuito alla nascita della prima associazione europea del settore). All’inizio gli informatici umanistici erano pochissimi, si trattava di pochi rivoli che tuttavia si sono ingrossati fino a dar vita ad una comunità di ricerca, negli anni Ottanta e Novanta, molto vivace e attiva, tanto da portare avanti la proposta di creare un settore disciplinare ad hoc in Italia e di un curriculum europeo di informatica umanistica, una proposta che solo oggi sembra si stia realizzando. Purtroppo questo momento di entusiasmo ha segnato il passo, un po’ per le pastoie burocratiche e politiche del processo (o dei processi) di riforma del sistema universitario italiano, un po’ perché il clima internazionale è cambiato, con l’avvento del web e dei social network che ha spostato l’attenzione da un riflessione sugli strumenti computazionali di analisi critica verso la questione della rappresentazione digitale degli “oggetti” culturali e verso la comunicazione.
Ovviamente però non trascureremo la dimensione internazionale, anzi planetaria e globale, che ormai contraddistingue il nostro tempo, la nostra condizione (in maniera forse ancora utopistica, malgrado tutto, ma un’utopia che sembra sempre più concreta e visibile, quasi a portata di mano). Infatti siamo sempre più consapevoli del fatto che la vera novità è l’espansione geografica di questi problemi, croce e delizia del mondo digitale, che potrebbe fornire una risposta a molti dei problemi che hanno travagliato il secolo appena passato, ma che per farlo necessita di una riflessione teorica, di una “epistemologia della geografia, che alla filosofia ha sempre fatto difetto”, come sostengono Jocelyn Benoist e Fabio Merlini, due studiosi franco-svizzeri.
Proprio per questo vorremmo inaugurare questa nuova rubrica con un’intervista al Prof. Geoffrey Rockwell, filosofo e umanista digitale che insegna in Canada, con cui discutiamo della situazione delle Digital Humanities (e delle Humanities in genere) e di alcuni tensioni e criticità della disciplina. Iniziamo parlando della sua formazione “ibrida”, tra informatica e filosofia, per poi parlare delle digital humanities in Canada e quindi di come si stia sviluppando una comunità di ricerca globale, seppure a fatica e non senza problemi ancora da risolvere. Insomma, uno sguardo panoramico molto ampio sulla disciplina.

L’intervista integrale è possibile visionarla al seguente link:

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