Nell’era del “Facebook Paper”…

Di Gianluca Torrini

Il lancio negli USA di Facebook Paper – una app aggregatrice di notizie – porta con sé una serie di considerazioni da valutare attentamente: quando il più grande Social Network, che è arrivato oggi quasi al miliardo e mezzo di utenti mensili attivi, decide di mettersi in guerra con Flipboard e Zite, ma ancor più con Google News, vuole dire che qualcosa sta cambiando, soprattutto in relazione al nostro consumo mediale.
In attesa di poter scaricare l’app, proviamo quindi a soffermarci su alcuni aspetti particolarmente interessanti.

Stop allo strapotere degli algoritmi!

L’organizzazione delle notizie pubblicate su Paper, almeno così sembra, sarà un’integrazione fra lavoro fatto da editor e da algoritmi in grado di capire i nostri interessi. Finalmente, non sono solo “macchine” guidate da regole matematiche a scegliere cosa ci piace, ma editor che, speriamo, saranno in grado di valutare non solo l’importanza della notizia, quanto anche la sua attendibilità, la qualità della scrittura, delle immagini e via dicendo. L’importanza e la centralità di una news, infatti, non può dipendere solo dal fatto che questa piaccia a tante persone: mitigare il sempre più stringente mito del wikidarwinism ed in generale della potenza della folla e di tutte le sue declinazioni in crowdqualcosa, capibile dopo decenni di culto dell’individualismo sfociato in un continuo “tutto intorno a te”, con la professionalità della scelta degli editor, può rappresentare il primo passo verso un giusto mezzo.

Integrazione fra diversi tipi di notizie

Questo porta a consumare contenuti mediali che su Paper saranno un mix di notizie dei propri amici, importanti in quanto legami forti e spontaneamente voluti (nessuno mi obbliga a essere amico di qualcuno su Facebook, almeno per ora), e di news provenienti da testate giornalistiche, e quindi certificate – certo, anche i migliori sono caduti in qualche bufala….
Se verrà trovato il giusto equilibrio tra le parti, anche e soprattutto a livello economico, potremmo trovarci davanti ad un mutamento fondamentale del modo di accedere ai contenuti, in ambienti dove lo User Generated Content si integra ad una comunicazione massmediale tradizionale. Di sicuro, le testate giornalistiche dovranno pagare i loro giornalisti, Facebook implementare l’app, i lettori godere di visibilità e rafforzare le proprie reti sociali.

La svolta sempre più social dei newsfeed, così come ha fatto il Corriere

L’importanza – troppa – del word of mouth

In generale, si rafforza ancora una volta l’importanza a livello di marketing, cioè del fare mercato in senso stretto, del passaparola, e della conseguente centralità della notiziabilità dei contenuti. Con Paper si potrà infatti dare il nostro like e condividere le news, cosa che, fino ad ora, ha contribuito a generare una situazione che non sembra esser tutta rose e fiori. Le decine di foto di VIP in costume, di baci rubati con zoom in dote fino a poco tempo fa solo alla NASA, di gossip all’ultimo respiro, hanno oltremodo invaso testate giornalistiche che, fin quando erano soltanto cartacee, mai e poi mai avrebbero pubblicato la velina o il calciatore in vacanza sulle proprie pagine: non solo per etica, quanto credo anche per target di riferimento sul mercato. Basti guardare le versioni digitali de la Repubblica, del Corriere, de la Gazzetta dello Sport ed in generale di tutti i quotidiani nazionali, per provare l’invasione di calendari ed in generale di notizie che prima trovavano spazio su altro tipo di rotocalchi e settimanali.
Gli editor avranno il difficile compito di mediare fra contenuti più condivisibili e contenuti più importanti, visto che non sempre gli uni corrispondono agli altri.

Oltre il semplice networking

Infine, è d’obbligo sottolineare come, dopo un periodo di sostanziale immobilismo, i grandi Social Network abbiano iniziato nuovamente a pensare al loro futuro e al loro ruolo fra i media.
Al di là degli apocalittici di turno, che gridano alla fine dell’età dei Social quando invece i numeri sono ancora e sempre in costante crescita, è facile prevedere che qualcosa sia destinato a cambiare, ed anzi sia già cambiato in parte.
Più specificatamente, la mossa di Facebook di aprirsi al mercato del consumo di informazioni cela una necessità non tanto di monetizzare (già le Inserzioni a Pagamento coprono i costi), quanto di creare il prossimo modo di stare online, che non potrà essere solo il buzzing con gli amici o il following di pagine dei brand: chi si ferma è perduto, urge trovare la next big thing.
In questo senso, i tentativi di Foursquare di integrare l’e-commerce per limitare la perdita di fascino dei checkin, di Twitter nel diventare un portafogli virtuale, di Plus nel ripensare il modo di fare ricerche online, ci raccontano della premura di modificare anche sostanzialmente il proprio business, nell’esigenza non solo di seguire, ma quanto di indirizzare il mercato.