“Like democracy”, web e organizzazione collettiva

Di Claudio Riccio


Internet oggi è soprattutto uno spazio verticale e chiuso in cui grandi corporation sfruttano le nostre relazioni sociali, le nostre interazioni, la nostra produzione volontaria e gratuita di contenuti per estrarre plusvalore, mettendo al bando l’anonimato, piegando la struttura stessa della rete alle esigenze del profitto. In una società disgregata divenuta somma di solitudini, in cui si riducono gli spazi pubblici nelle città, in cui il lavoro è sempre più frammentato e precario, in cui a causa della deindustrializzazione non esistono quasi più i grandi luoghi di lavoro collettivo, il web è diventato uno dei principali luoghi di partecipazione imprescindibile per ogni forma di attivismo. Sono molteplici i motivi della crisi della partecipazione che caratterizza questi anni. In questa analisi ci limitiamo a evidenziarne due, estremamente connessi tra loro: identità labili, deboli in cui diventa estremamente difficile riconoscersi, e incapacità della politica e spesso anche dei movimenti di lotta di emozionare, entusiasmare, superare i limiti imposti dalla razionalità del pensiero unico e affermare l’alternativa. Senza eccessive semplificazioni possiamo infatti affermare che i movimenti di massa e le grandi esplosioni di partecipazione avvengono dinanzi a un obiettivo chiaro (immediato o di lungo periodo), quando matura un senso di appartenenza comune e se si trasmette la sensazione che il cambiamento sia possibile e che, quindi, la partecipazione sia utile e necessaria. Complici la crisi generale della partecipazione e, soprattutto, la struttura delle reti odierne, il potenziale di partecipazione collettiva è oggi notevolmente ridimensionato, e i social network sono diventati sempre più strumenti di sfogo individuale o di autorappresentazione in cui l’unico processo collettivo rimasto su larga scala è l’onda emotiva, imposta da notizie particolarmente rilevanti o dalle scelte di priorità dell’informazione mainstream. Non a caso Twitter, in particolare, è sempre più usato in funzione di second screen, ovvero di strumento per commentare la notizia mainstream e non, come invece pur si potrebbe, per aiutare i movimenti politici, sociali e d’opinione a dettare l’agenda pubblica. I grandi media, infatti, anche al tempo della rete continuano a essere fondamentali nella formazione del discorso pubblico, perché la rete è oggi uno spazio denso, con una miriade crescente di nodi, ma un numero molto ridotto di hub, in cui pesano quasi solo i “grandi”, quasi mai indipendenti: la rete, oggi, è uno spazio verticale. La televisione ebbe un ruolo, specialmente nel dopoguerra, nell’alfabetizzazione delle masse e nella diffusione delle lingue nazionali, successivamente ha contribuito a determinare un analfabetismo di ritorno avvelenando le fonti cui si abbeverava il pensiero critico. È divenuta un potente strumento di controllo delle masse che ha agito più promuovendo passività che instillando e attivando forme di partecipazione e interesse per la cosa pubblica. Ben diversa e più pericolosa è l’azione di internet, che ha trasformato radicalmente il tempo e il peso (specifico) del dibattito pubblico. Scrive Lovink in Ossessioni Collettive (Università Bocconi Editore, Milano 2012): «siamo diventati «utenti-operai che lavorano per l’ape regina Google. È davvero seducente far parte del mondo della “impollinazione” online, riprendendo il termine coniato dall’economista francese Yann Moulier Boutang, con miliardi di utenti che sembrano tante api che volano da un sito all’altro solo per accrescere il valore dei proprietari dell’alveare […] Siamo caduti nella trappola di reti prive di scopo, divoratrici di tempo, veniamo risucchiati sempre più in profondità in una caverna sociale senza sapere cosa stiamo cercando». L’enorme mole di informazioni viene oggi diffusa in una quantità e a una velocità tali da rendere quasi impossibile per il cervello umano rielaborare tutti i contenuti con cui viene bombardato; proprio perché riempito a dismisura, il dibattito pubblico viene paradossalmente svuotato. È un processo inflazionistico basato sul multitasking e sulla connettività 24 ore su 24, che invade il terreno del discorso e lo fa franare, lo schiaccia. I tempi con cui si usura un’informazione, con cui questa diventa vecchia, sono sempre più rapidi, al punto che il singolo individuo ha difficoltà a rielaborare e interpretare e si limita spesso alla sola reazione emotiva, mentre diventa sempre più difficile davanti a un singolo provvedimento, atto, dichiarazione, progettare e mettere in campo una risposta collettiva costruita in modo partecipato e non imposta dall’alto. Evidentemente, la crisi della democrazia e della partecipazione politica e sociale non è frutto di internet, anzi; ma tale trasformazione nei processi partecipativi si innesta proprio su questo terreno, così fluido e insidioso. Si sottovaluta spesso quanto tali nuovi processi e tempi di produzione e diffusione collettiva abbiano trasformato le possibilità di partecipazione politica, e quanto ciò sia insidioso al tempo della struttura liquida e del pensiero debole. I modelli di partecipazione liquida, però, rendono più debole chi è già debole: la favola della partecipazione liquida è un’arma retorica dalla parte di chi ha il potere, di chi è forte, è la proposta organizzativa di chi ha il potere e vuole che nessuno abbia gli strumenti per sottrarglielo. I principali social network, Facebook in modo particolare, rappresentano un modello che sintetizza, in modo complesso e non esplicito, i processi di governance globale contemporanei. È un mondo in cui tutti tendono a partecipare, hanno gli strumenti per esprimere la propria posizione, ma non possono determinare un cambiamento, perché, così come avviene nella crisi delle democrazie rappresentative, il potere è altrove. Nessun processo partecipativo confinato in quello spazio può avere uno sbocco concreto, ma tutti vivono nella convinzione di partecipare: è l’estetica della partecipazione. Sembra paradossale, ma l’attuale struttura del web 2.0 non ha nulla di partecipativo. La maggior parte dei contenuti prodotti sulle piattaforme come Facebook vengono visualizzati solo da cerchie ristrette di contatti, tendenzialmente omogenei, come già avveniva nella blogsfera. Su Twitter la maggior parte degli utenti ha un numero di followers così basso da ritrovarsi inconsapevolmente nella situazione di scrivere da solo restando convinto di comunicare al mondo intero. Sui social network contemporanei, inoltre, non esiste lo spazio del dissenso. Com’è noto, su Facebook non esiste il tasto “non mi piace”, e le opzioni per esprimere un parere sono prevalentemente due: like o ignorare, ovvero votare sì o astenersi. Al massimo è possibile commentare, purché non ci si dilunghi in considerazioni articolate; più efficace è lo hate speech, la battuta superficiale o polemica. È la like democracy: il modello del pensiero unico che si afferma. Internet è una “macchina” e, in quanto prodotto sociale, è legata in un rapporto biunivoco con il mondo e ne riflette i rapporti di forza nella società, nei processi produttivi, nelle relazioni sociali e nella governance globale. Il web ha in sé tanto la potenzialità di renderci più liberi, quanto la possibilità di ridurre gli spazi di partecipazione, di essere strumento al servizio dei conflitti o di anestetizzarli e disinnescarli. L’esito di questa lotta interna al terreno delle reti è incerto e, nonostante la sproporzione di forze, dipenderà dalla capacità, tecnica ma soprattutto politica, di trasformare i social network in reti sociali, piegare le reti, rendendole orizzontali e distribuite, organizzando l’azione collettiva e ricostruendo reti e socialità nelle città, nei luoghi di lavoro e studio, negli spazi pubblici e comuni, sulla rete, contrapponendo alla a-conflittuale like democracy una link democracy, non pacificata e atrofizzata, basata sulla cooperazione, l’azione collettiva e il discorso pubblico, orizzontale.

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