Quando i Rave e la techno non mettono a disagio…

Di Emiliano Ilardi

 

Prima di Natale si presenta al mio ricevimento una studentessa per chiedermi la tesi. «Vorrei analizzare il rapporto che intercorre oggi tra il fenomeno dei rave e il disagio giovanile» esordisce sicura e lapidaria. Quasi mi va di traverso la mentina che stavo stancamente succhiando per far fronte a un fastidioso mal di gola. I rave e il disagio giovanile. Sono ormai vent’anni che vado ai rave legali, illegali, semilegali; in Italia, in Spagna, in Olanda, in Germania, in Inghilterra e in almeno un’altra mezza dozzina di paesi; rave in fabbriche abbandonate, in spazi fieristici, in edifici in costruzione, in palazzetti dello sport, nelle megadiscoteche, nelle street parade, nei boschi, vicino al lago, in montagna, addirittura in una ex base militare. E sono vent’anni che mi vedo inserire, in quanto raver, nel calderone del disagio giovanile. «E se le dicessi che vado a tutti i tipi rave in tutta Europa fin dal 1991 e non mi sono mai sentito particolarmente a disagio nella mia vita? E questo pur essendo nato e cresciuto in quartiere difficile della periferia romana». Le propongo un altro argomento di tesi: «provi ad analizzare invece il rapporto che intercorre tra i Papa boys e il disagio giovanile. I Papa boys occupano una città in decine di migliaia: sono capaci di camminare per strada per giorni interi, al freddo o sotto il sole cocente con una chitarra a tracolla cantando Alleluia! Alleluia! Forse non si drogano ma non mi dica che non intravede una qualche forma di disagio sociale nel loro comportamento». Inutile aggiungere che la studentessa ha deciso di cambiare relatore della tesi.

Possibile che dopo vent’anni in Italia si abbia ancora questa percezione dei rave? Luoghi infernali in cui una generazione di ragazzi apatici e senza valori va a lenire il suo dolore esistenziale affogandolo in droghe di tutti i tipi e rumore sparato a tutto volume. E se escono vivi da questo sabba soddisfano le loro tendenze suicide schiantandosi a tutta velocità contro alberi o guard rail. Eppure anche i rave negli ultimi vent’anni sono cambiati, hanno perso la carica eversiva e conflittuale delle origini tanto che il termine rave è caduto in disuso: ormai lo usano solo i giornalisti nei loro articoli più denigratori e i raver della prima ora come me. I megafestival che attirano decine di migliaia di persone e che si svolgono a partire dalla primavera in tutta Europa sono ormai delle fiere, degli show circensi sponsorizzati dalle principali marche di bevande, abbigliamento, tecnologia, in cui la dimensione puramente spettacolare domina su tutto il resto. E’ sufficiente andarsi a vedere i filmati su YouTube di questi eventi per rendersene conto: il Dominator, il Sonar, il Masters of Hardcore, il Nature One, il Monegros Desert Festival ecc.

 

 

 

Tra l’altro le amministrazioni locali litigano tra di loro per ospitarli visto che li considerano un’ottima occasione di fare cassa e di promozione turistica soprattutto per città e territori che, se non ci fossero tali festival, nessuno degnerebbe di attenzione nemmeno sotto minaccia di una pistola: Bochum, Dortmund, Eindhoven… Dio solo sa se proprio l’Italia non è quel paese che avrebbe bisogno di forme alternative di promozione turistica che sappiano attirare proprio le generazioni più giovani. Ma qui da noi le amministrazioni locali vedono i rave come il fumo negli occhi: esprimono e creano solo disagio. Tra l’altro è addirittura paradossale che proprio l’Italia, paese che fin dagli anni Ottanta è stato uno dei massimi produttori di musica dance dalla cosiddetta “italo disco” fino ad arrivare alla techno più dura (gabber e hardcore) passando per tutte gli stili intermedi, sia ormai ai margini delle principali rotte di consumo di questi generi. E questo nonostante continui a sfornare etichette e dj più o meno indipendenti che all’estero riscuotono uno straordinario successo.

Ma d’altronde nel resto dell’Europa la techno e i suoi derivati non mette più a disagio nessuno.

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