Le frontiere della formazione online: i MOOC

di Paolo Raviolo

Nel 2007 una società irlandese, la ALLISON (Advance Learning Interactive Systems Online), lanciò un esperimento che oggi possiamo considerare il primo esempio di MOOC, un corso on-line, aperto a tutti, senza tasse d’iscrizione, progettato per accogliere migliaia di corsisti. ALLISON non proponeva un corso di livello universitario, ma alcuni corsi professionalizzanti sulle competenze di base utili sul posto di lavoro. Il costo del corso era coperto dalla pubblicità on-line, da allora l’offerta di ALLISON si è ampliata e ha visto completare i suoi corsi da circa 250.000 utenti.

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Con il corso Connectivism and Connective Knowledge presentato nel 2008 da George Siemens e Stephen Downes, il primo ad autodefinirsi MOOC, si apre la stagione dei MOOC, con un sfida aperta, anche sul piano teorico, alla formazione universitaria tradizionale. Mentre ferve il dibattito sul valore pedagogico e sull’impatto del fenomeno MOOC, l’offerta aumenta, almeno quattro importanti soggetti si strutturano formalmente, con finanziamenti di decine di milioni di dollari: Coursera, un’organizzazione no-profit con partenership con Stanford University, Princeton University, University of Michigan e University of Pennsylvania, più di 22 milioni di investimento e un’offerta di circa 200 corsi, UDACITY, un’impresa privata con circa 20 milioni di investimento e una ventina di corsi, EdX, un’organizzazione no-profit promossa dal Massachusetts Institute of Technology e Harvard University con 60 milioni di investimento e circa 30 corsi, Khan accademy, promossa dalla Bill & Melinda Gates Foundation e da Google, con circa 3600 video lezioni.

http://chronicle.com/article/Major-Players-in-the-MOOC/138817/

Anche alcune importanti aziende come Google e Pearson stanno valutando l’opportunità di lanciare iniziative nell’ambito dell’educazione di livello universitario, probabilmente anche in parte attraverso l’approccio MOOC. Open University ha dato vita nel 2013 ad una nuova azienda: Futurelearn (specificamente per produrre MOOC con le più importanti università nel mondo.

https://www.futurelearn.com/

Anche l’Unione Europea si muove con OpenupEdu, che offre circa 60 MOOC e l’iniziativa tedesca Iversity ( www.iversity.org). A queste iniziative ormai avviate si aggiungono la proposta della Open University Australiana: Open2Study (www.open2study.com), Veduca (www.veduca.com.br), una iniziativa brasiliana che propone alcuni MOOC di importanti università nordamericane in portoghese e  la giapponese Schoo (schoo.jp) 

http://www.openuped.eu/

Il grande interesse per i MOOC, soprattutto negli stati uniti, porta ad interrogarsi se non ci si trovi di fronte a quella che il rapporto: “MOOCs and Open Education: Implications for Higher Education” definisce: “disruptive innovation”, una innovazione dirompente per i sistemi educativi di livello universitario.  Le domande che emergono dal dibattito si concentrano sul potenziale dei MOOC per aprire davvero l’educazione a chi non ha accesso per motivi socio-economici ai percorsi accademici tradizionali o per aumentare l’offerta di formazione continua, sulla possibilità che i MOOC promuovano un modello pedagogico effettivamente innovativo rispetto didattica on-line consolidata, sul problema della qualità, dalla valutazione e dell’accreditamento e infine sulla sostenibilità di queste iniziative, una volta esaurita la spinta dell’interesse per il nuovo.

Dal dinamico mondo MOOC stanno già emergendo due strategie didattiche e culturali: da una lato il cosiddetto modello connettivista, focalizzato sulle connessioni tra concetti favorite dalle reti sociali informali che si instaurano tra i partecipanti al corso, che si identifica con l’acronimo: “cMOOC”; dall’altro il modello basato sui contenuti, in cui l’approccio è di tipo trasmissivo behaviorista, l’apprendimento è basato essenzialmente sui contenuti e sulla capacità del docente di organizzarli, identificato dall’acronimo: “xMOOC”.

Il modello cMOOC enfatizza l’apprendimento collaborativo, dove la partecipazione è prevalente rispetto ai contenuti, questo tipo di corsi si dovrebbero strutturare attorno a gruppi o persone che i partecipanti in qualche modo selezionano informalmente, al di fuori di gran parte dei vincoli istituzionali. In qualche modo il modello del cMOOC è vicino al concetto di comunità di pratica di Ethienne (Wenger&Communities of practice. Learning, meaning, and identity, Cambridge University Press), il cMOOC dovrebbe essere una piattaforma in grado di offrire ai partecipanti la possibilità di sperimentare modelli di partecipazione didattica diversi da quelli tradizionalmente proposti dalle istituzioni educative.

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Il modello xMOOC essenzialmente mira a consentire alle istituzioni educative l’offerta di alcuni corsi di livello qualitativo medio-alto ad un pubblico estremamente vasto, che non potrebbe non avere altrimenti la possibilità di accedervi, oppure che potrebbe utilizzare il MOOC come orientamento, un gradino intermedio per scegliere l’università cui iscriversi e il proprio percorso accademico. Dal punto di vista delle istituzioni accademiche il modello xMOOC presenta indubbiamente il vantaggio di richiedere relativamente meno attenzione nella fase di progettazione e di rielaborazione dei contenuti, i primi MOOC proposti dalla Stanford University nel 2011 erano molto vicini ai corsi tradizionalmente offerti on-line dall’ateneo, rivisti per essere scalabili su un numero virtualmente molto alto di corsisti.

Siamo evidentemente di fronte ad un fenomeno articolato e in rapido sviluppo, che lancia alcune sfide ai modelli educativi universitari e di formazione continua. Benché il modello didattico non sia consolidato, così come anche i temi della qualità, dell’accreditamento e del ruolo dei MOOC nell’offerta formativa siano tutt’altro che scontati, si tratta di un fenomeno educativo e sociale con cui anche le istituzioni universitarie italiane dovranno rapportarsi.

Paolo Raviolo, è autore del libro: ”Massive Online Open Courses. Sfide e utopie dell’educazione aperta in rete”

Intervista a Paolo Raviolo

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