#Piumusicalive quando un hashtag diventa legge.

Stefano Boeri, architetto milanese, già Assessore alla Politiche Culturali del Comune di Milano, esponente del Partito Democratico, è l’ideatore della campagna “Più musica Live”, nata da una lettera al Corriere della Sera, indirizzata al Ministro della Cultura Massimo Bray, per chiedere la realizzazione di un disegno di legge che permettesse in accordo con la SIAE e l’ex ENPALS (due oneri fissi per qualsiasi pubblico spettacolo) di annullare le procedure burocratiche annulli e i permessi per i locali di qualsiasi tipo che ospitano chi si esibisce dal vivo. La campagna si è sviluppata su “Change.org” raccogliendo in qualche mese 36.714 firme e ottenendo una storica vittoria, a settembre è stato 
approvato il Decreto valore Cultura presentato del Ministro Bray. che comprende la norma che introduce una semplice autocertificazione da consegnare in Comune, invece del consueto calvario di licenze e autorizzazioni oggi necessari per organizzare un concerto con meno di 200 spettatori entro le 24.
La campagna “Più musica live” é un paradigma significativo per il rapporto tra politica e social, come spiega Stefano Boeri: “il web è stato il modo più rapido per poter costruire questa campagna politica, la piattaforma “Change” è stata fondamentale, così come è stata fondamentale la pagina su Facebook, che ha seguito tutto l’evolversi di questa campagna. I social danno il meglio di loro stessi, quando sono in grado di far convergere attorno ad una battaglia un pezzo della vita concreta e quotidiana. Una campagna politica che parte della rete può avere grandi principi ispiratori ma deve arrivare a toccare la vita nuda”.
Una lezione che non appare essere stata compresa da tutti, Boeri ad esempio cita il caso delle ultime elezioni politiche dove il centrosinistra a suo avviso ha completamente sbagliato la strategia comunicativa sia a livello centrale che a livello social: “Abbiamo fatto una campagna elettorale basandoci sui sondaggi quando la rete ci diceva che le cose stavano andando in maniera differente da come ci illudevamo, abbiamo perso, abbiamo detto di aver vinto e immediatamente non abbiamo usato la rete per consultarci con degli elettori che aspettavano una maggioranza diversa da quella che abbiamo oggi, non li abbiamo consultati neanche sulle scelte successive. C’è stato uno scollamento tra la cultura della democrazia e la cultura della democrazia continua, che oggi solo la rete può assicurare”.

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