In ricordo di Carlo Lizzani

Carlo Lizzani

Scrivo questo ricordo di Carlo Lizzani per fatto personale. L’immagine un po’ sfocata in cui le figure umane escono un po’ tradite nei caratteri e nei contorni dallo sgranarsi del difficile recupero, rappresenta Carlo Lizzani nella sede del Lingotto, la sede del primo anno di un corso assolutamente innovativo, unico nel panorama europeo: Ingegneria del cinema e dei Mezzi di Comunicazione al Politecnico di Torino.
Devo il recupero di questa immagine alla generosa disponibilità e all’abilità tecnica di Domenico Morreale e di Elisabetta Ranieri che in forme diverse di questo corso sono debitori.
Nel momento in cui prese vita questo progetto così ardito, chiesi a Carlo Lizzani di darci una testimonianza di adesione e di partecipazione, di metterci la faccia, come aveva già fatto in altre occasioni con me. E non si tirò indietro: quell’immagine rende la documentazione la più incontestabile e la più evidente di quella partecipazione e adesione. L’immagine, uno dei temi dominanti dell’essenza di quel corso di studi.
Mettere la faccia, presenziare, non era titolo specifico di Carlo Lizzani; il protagonismo non era nelle sue corde, a la parola netta, senza ambiguità, il gesto che rivelava l’integrità della sua figura e la persistenza, discreta, elegante ma non facilmente incrinabile, delle sue posizioni morali, culturali e politiche.
Prima di Ingegneria del Cinema avevo avuto con Lizzani l’esperienza di un altro corso di laurea innovativo, forse solo nelle sue fasi iniziali, quello di Scienze della Comunicazione. Lo proposi per la laurea ad honorem in comunicazione con qualche non nascosta resistenza dei rappresentanti più accademici e più conservativi della casta dei critici cinematografici. Prima ancora aveva accettato di partecipare, nel momento in cui non spirava certo alcun vento favorevole o di consenso, alla nascita del Museo del Cinema alla Mole Antonelliana. Fu il mio primo direttore artistico, accettò a Venezia, all’Hotel Excelsior durante il Festival del Cinema di mettere la sua faccia e di mettere la sua immagine per un’impresa per cui non c’era -per usare un eufemismo- molto consenso e molto entusiasmo. Fu anche qui discreto elegante ma senza ambiguità e senza reticenze. Fu lui che fece le scelte di storia del cinema (delle sequenze “chiave”) che sono state viste ormai da milioni di spettatori e visitatori, proiettate su uno dei grandi schermi della Sala del Tempio alla Mole Antonelliana.
Mi aspetto che qualcuno lo ricordi con affetto e riconoscenza pagando il giusto tributo al suo impegno, ma non posso essere reticente sulla sua fine, sul suo suicidio, sulla caduta volontaria da un balcone del terzo piano della sua casa in Prati. Non posso non ricordare il suo commento al momento del suicidio di Mario Monicelli e quelle parole così esplicite per chi le vuole capire: «Nasce anche dal fatto -aveva detto – che era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane».
La distanza dalla scelta motivata di Monicelli era in quella definizione di “super laico”. Sono le parole per distinguere la carriera e la vita di Monicelli da quella sua, di Carlo Lizzani, ma alla fine sono anche un’espressione insieme terribile e dolcissima: “lucidità giovane”. E forse questa rimane ancora un’espressione e una scelta che accompagna chi alla soglia dell’ombra, davanti al buio che può distruggere la mente e impietosamente devastare il corpo, sceglie di poter ancora decidere da sé e per sé come ha fatto molte volte nella sua vita, quella vita che ha amato così intensamente e che ha vissuto integralmente attraversando tutto intero il suo secolo, il terribile e grandioso Novecento.

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