Come ti taggo il #nonluogo: competenza comunicativa, grammatiche digitali e digital divide

Il processo di alfabetizzazione digitale degli italiani stenta ancora a decollare, come ci raccontano impietosamente sempre nuove statistiche e monitoraggi, e ciò risalta ancor più se lo mettiamo in relazione con gli altri paesi dell’area europea.

Il cosiddetto digital divide, nel nostro Paese, viaggia su medie che raccontano un ritardo di circa il 10% rispetto ai nostri vicini del Vecchio Continente, sia in termini di accesso alle infrastrutture digitali, sia in quelli di capacità di utilizzo dei mezzi. E non si pensi che il problema riguardi solo le fasce di cittadini più “attempati”.

Nel 2011, il Communication Strategies Lab dell’Università di Firenze e il Corecom Toscana (http://www.corecomitalia.it/wp-content/uploads/2011/10/17ottobre.pdf), portarono avanti un monitoraggio sull’utilizzo dei dispositivi mobile da parte dei ragazzi fino a 18 anni. Le conclusioni emerse erano molto lontane da ciò che era stato ipotizzato. Forse troppo impressionati da quei video online di bambini di uno o due anni che, con maestria e naturalezza, avevano già interiorizzato le modalità di utilizzo dell’ipad – e quindi lo sfogliare con il dito, l’ingrandire le immagini e via dicendo -, o magari abituati a vedere adolescenti usare WhatsApp o la chat di Facebook come se non fosse mai esistito altro per comunicare, sorpresero dei dati statistici che, se da un lato raccontavano di bambini ai quali veniva regalato il primo cellulare a 8, 9 anni e di altri che scrivevano di sintomi quasi da dipendenza da smartphone, dall’altro evidenziavano un utilizzo linguistico dei mezzi digitali estremamente povero. I cellulari venivano utilizzati sì per fare foto, talvolta video, ma poche volte diventavano strumenti in grado di dar vita a contenuti più complessi, e quasi per niente erano utilizzati per altri scopi, per esempio utilizzando app che avrebbero potuto aiutarli a migliorare la propria performance scolastica.

Emergeva, cioè, un problema legato non tanto al saper utilizzare tecnicamente un medium, quanto di possederne le competenze comunicative: ed i giovani, in questo senso, non erano più smart dei loro genitori.

Non molto è cambiato dal 2011, e cercare un’unica ricetta per guarire l’Italia da questa situazione non pare avere molto senso. Servono, al contrario, una serie di azioni messe in atto da enti pubblici e privati, necessarie in termini di ripresa sociale ed economica.

Pare essenziale, cioè, riuscire a mettere insieme soggetti diversi, tutti in grado però di percepire i vantaggi che la digitalizzazione può portare, secondo una concezione di ricchezza che deve toccare aspetti al tempo stesso personali, sociali ed economici, traghettandoci all’interno della Società della Conoscenza e facendo diventare il knowledge una vera e propria risorsa economica, come bene ha spiegato Enrico Grazzini in L’Economia della Conoscenza oltre il capitalismo (2008, Codice Edizioni). «Non sembra sufficiente, cioè, adagiarsi ad aspettare le politiche centrali di alfabetizzazione, come ad esempio quelle individuate nell’Agenda digitale (http://www.agenda-digitale.it/agenda_digitale/images/documenti/alfabetizzazione_digitale.pdf), che sono tanto importanti quanto difficilmente pervasive di ampi strati di popolazione. E poco utile appare lo spendere in campagne televisive a favore del digitale – meglio riparare qualche strada o rimettere in sesto una scuola: la grammatica digitale la si impara utilizzandola, trovandone cioè un’utilità che può andare dal semplice loisir fino alla ricerca di occupazione o creazione di capitale».

Basti pensare che la più grande attività di alfabetizzazione, per ora, l’hanno fatta i media stessi facendo leva sull’entertainment, grazie cioè a piattaforme che offrono adesso qualcosa di tangibile – divertimento, nuove reti sociali ecc. -  a chi il digitale sembra non solo un mondo lontano, quanto anche una vera e propria perdita di tempo: ed allora, una ferita al digital divide l’ha data Facebook, che ha avvicinato una generazione, quella dei nati tra gli anni ‘50 e i ‘60 dello scorso secolo, prima lontana all’uso del web, oppure Ruzzle, Candy Crush o gli altri giochi che tengono attaccati al monitor spesso più i genitori che i figli.

Occorre, cioè, portare il digitale dove le persone possano trovarci un vantaggio in termini di socialità, di rapporti. Prendiamo l’esempio dell’attività che la Social Media Agency SOwhat (www.sowhatfactory.it) ha svolto internamente al Centro Commerciale “I Gigli” di Campi Bisenzio  (tra i più grandi d’Italia e che conta oltre 17 milioni di visite annue), alle porte di Firenze, dove, prima attraverso un contest su Instagram e poi con delle lezioni gratuite sull’utilizzo del Social Network fotografico per eccellenza (organizzate insieme alla community degli Instagramers italiani), ha avvicinato al mondo delle fotografie quadrate e pieni di effetti persone che erano lì per spendere denari.

TOORINI FOTO ARTICOLO

«Sotto il punto di vista di mero marketing, – ha detto il direttore del Centro Yashar Deljoye Sabeti – i canali Social come Instagram possono rappresentare degli strumenti comunicativi estremamente efficaci. Organizzare un giorno di lezioni tenute da professionisti ha quindi avuto prima di tutto certamente una valenza sociale, ma ha al tempo stesso portato dei vantaggi in termini di brand awareness, aprendoci nuovi canali per far conoscere le nostre iniziative, le promozioni e altro». Ed ecco che in uno dei non luoghi per eccellenza, dove le persone dovrebbero transitare senza lasciare legami o tracce, invece, sono nate nuovi community di fotografi.

Una delle chiavi del superamento di questo digital divide può trovarsi allora nel mettere le politiche nazionali e comunitarie insieme alle strategie comunicative di brand e aziende, formando una comune strategia di intenti in cui tutti hanno da guadagnare, e tentando di superare così alfabetizzazioni di massa che poco sembrano servire per far accrescere competenze comunicative di mezzi estremamente personali e personalizzabili. Pare necessario, cioè, portare il digitale nelle case non soltanto attraverso strategie di formazione, ma anche e soprattutto facendo percepire la ricchezza sociale dei mezzi digital, magari ritrovando il compagno della IV C del 1967 o facendo scoppiare quattro caramelle colorate. Un primo passo verso quella alfabetizzazione necessaria allo sviluppo di una competenza comunicativa che superi un divario digitale che sempre meno sembra esser legato a questioni generazionali, quanto alla conoscenza di grammatiche in grado di creare una nuova forma di ricchezza.

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