Il cinema del videofonino

Quando nel 2007 il 43° Pesaro Film Fest ha proposto una sezione chiamata “Film al telefono”, l’uso del videofonino per girare film dava l’impressione di essere un gioco o una sorta di chimera sperimentalista. Eppure nel giro di pochi anni sono cambiate parecchie cose: innanzitutto si è compiuta la rivoluzione del computing che si è trasformato essenzialmente in mobile: dal notebook allo smartphone fino al tablet e ora il phablet. Vedere, girare e condividere si fa in modalità ubiquitous e con il supporto di social network connessi e convergenti. E anche il videomaking è divenuto una pratica talmente “facile” e quotidiana tanto da decretare il successo di alcune piattaforme sociali come YouTube e, recentemente, la app Vine, solo per citare gli esempi più famosi.

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Ricordo che quando uno dei registi della sezione pesarese si mise in contatto con il pubblico, dato che non aveva potuto raggiungere il festival, fece sorridere la sua affermazione che gli sembrava strano di parlare con noi attraverso lo stesso device che aveva usato per girare il suo film. Eppure in quella sorta di battuta c’era già il germe di un’altra rivoluzione del mobile, e cioè quella di avere fatto convergere le diverse possibilità del computer in un mezzo portatile e nato fondamentalmente per la comunicazione 1 a 1.

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Nel 2007 esce anche il volume di Luciano Petullà e Davide Borrelli Il videofonino. Genesi e orizzonti del telefono con le immagini (Meltemi) che descrive la storia tecnologica del telefono portatile, del cellulare e poi del videofonino e descrive alcuni scenari di cambiamento sociale ed economico portati dalla mutazione di un device, nato per la comunicazione orale e trasformato in nuovo macchinario audiovisivo.

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Nel 2009 Maurizio Ambrosini, Giovanna Maina e Elena Marcheschi curano il volume Il film in tasca. Videofonino, cinema e televisione (Felici editore) che inaugura l’analisi in campo estetico, sociologico e tecnologico. Si parla delle sperimentazioni nell’ambito della Net Art, di esperimenti cinematografici come La paura di Pippo Delbono famoso attore, regista e drammaturgo teatrale ma anche di cinema, che da sempre più che utilizzare il cinema lo interroga attraverso pratiche al limite della sperimentazione. Si parla di schermi, di fruizione, di modelli estetici.

http://www.pippodelbono.it/films-pippo-del-bono/item/12-la-paura.html

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Un lavoro portato avanti l’anno successivo anche da Roger Odin che cura il fascicolo n. 568 di “Bianco e nero” dal titolo Il cinema nell’epoca del videofonino. Gli interventi raccolti da Odin si confrontano ormai con l’IPhone e un patrimonio di “mobile film” piuttosto vasto: dai documentari del citizen journalism, ai diari d’autore, film, video, videoclip etc. Un patrimonio audiovisivo che in qualche modo rimane privo di una definizione teorica. Odin e i collaboratori si impegnano quindi a cercare di capire quale può essere lo spazio del cinema su videofonino all’interno dei Film Studies e dei Media Studies. Addirittura Maurizio Ferraris e Enrico Terrone provano a confrontare l’ontologia del cinema e quella del mobile movie.
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La rivoluzione del videofonino in qualche modo è strettamente legata alla rivoluzione delle reti e del mobile computing. Il videofonino diventa un apparecchio duttile e ibrido che permette di accostarsi con facilità e in maniera condivisa (attraverso la connessione) alla fotografia (si veda il successo di Instagram) e all’audiovisivo. Il videofonino può raccogliere e rilanciare in Rete con estrema facilità video promozionali e virali, video professionali e amatoriali, clip e diari, pamphlet, note, comunicazioni, proclami, tutorial… una serie vasta di forme e di modi, ma anche di pratiche audiovisive.

Il cinema sul videofonino, quindi, si avvale dei caratteri della Rete: immersione, condivisione, partecipazione, interazione. Aggrega e ibrida immagini e suoni provenienti dalle più disparate fonti; annulla la differenza tra originale e falso, tra personale e pubblico, tra autentico e di repertorio. In questa direzione si muove anche Amore carne, l’ultimo film sempre di Pippo Delbono. Già con La paura aveva assunto il videofonino come strumento cinematografico personale e ora ha girato Amore carne sempre con questo device.

http://www.pippodelbono.it/films-pippo-del-bono/item/34-amore-carne.html

Ma se la tecnologia usata non fa parte della “ortodossia” cinematografica, il suo approccio, di contro, dimostra che la parola “cinema” ha a che fare non più con le pratiche che semplicemente con i dispositivi. Quello di Amore carne è cinema, un cinema della poesia, del ricordo e dell’epifania degli eventi. Un cinema che può nascere solo a contatto con uno strumento duttile ed economico, che abbatte (quasi) qualsiasi barriera tra l’occhio, l’atto, il momento. Ma anche un cinema che si appoggia ad un database sempre più ampio e aggiornabile in cui l’home movie si mescola con il diario e la nota, con la ripresa casuale e gli appunti d’opera. Riprese originali e brani di repertorio si intersecano in una sorta di pensiero in fieri, reso possibile dal videofonino, ma soprattutto da una poetica e da una poesia nuova della Rete. La visione in sala, poi, rende ancora più “straniante”, e allo stesso tempo così contemporaneo e “necessario”, il film di Delbono. Perché la caratteristica più vera del digitale è quella di aver creato una “cultura digitale”, che abbraccia e comprende una vastissima quantità di dispositivi, di possibilità di fruizione, di esperienze estetiche e culturali.

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