Il web e la cultura al festival della tv e dei nuovi media di Dogliani.

Intervista a Simone Arcagni

A Dogliani in occasione del Festival della tv e dei nuovi media ha fatto capolino anche il web. Ci sono stati interventi che hanno toccato il tema delle web tv, della social tv e del pubblico dei social network. Si è parlato di connessione e new journalism, e vi è stato un confronto tra web, tv generalista e satellitare su un tema molto specifico “Palinsesto Cultura”.

Simone Arcagni era tra gli ospiti di questo panel e ci siamo fatti raccontare da lui qualcosa in più.

Simone l’elemento centrale di un tema così vasto, qual è stato?

Il discorso più importante avviene “a monte” infatti la domanda da cui siamo partiti è stata: in quale cultura e in quale società ci troviamo e quanto “pesano” le tecnologie? Federico Rampini, inviato di “Repubblica” a New York ha provato a rispondere mostrando alcuni lati positivi della Rete e della cultura della Rete, citando, per esempio, il caso di Occupy Wall Street e l’iniziativa di alcune biblioteche universitarie americane di mettere on line, gratuitamente, per una libera consultazione i loro volumi. Ma, di contro, ha anche posto l’attenzione su alcuni potenziali “nemici”, come i grandi gruppi che tentano di monopolizzare la Rete, Google in testa. Pro e contro di un paesaggio mediale e di una rivoluzione tecnologica ormai.

Il Panel a cui hai preso parte è stato organizzato da Giorgio Scianca, ideatore e curatore di Archiworld.tv, con ospiti provenienti sia dal mondo della rete che dalla tv generalista. Divergenze e assonanze?

Si, esatto. Giorgio Scianca ha portato la sua esperienza di Archiworld.tv, web tv, ospitata su Facebook, che è una finestra aperta sul mondo dell’architettura all’interno della bacheca sociale più famosa. Un modello di programmazione in cui ai contenuti video (che spesso provengono da altri social network) si uniscono post, commenti e articoli, andando a costituire una grande piattaforma ibrida sul tema dell’architettura.

Piero Dorfles (autore e presentatore della trasmissione Per un pugno di libri) invece ha difeso la possibilità di una televisione di qualità all’interno del modello generalista e nello specifico della Rai, puntando l’attenzione, non tanto su format che parlino di libri e/o arte, bensì su autori e presentatori che siano in grado di realizzare trasmissioni dal livello culturale alto.

Il punto di vista di Dorfles è quello in difesa di un modello ancora centrale all’interno della società italiana come la TV di stato, difesa a patto, però, di un innalzamento del livello culturale.

Una TV, quella di cui ha parlato Dorfles, ancora “orizzontale”, al contrario del case portato da Roberto Pisoni, direttore di Sky Arte, il nuovo canale di Sky dedicato all’arte. Un prodotto “verticale” che cerca un pubblico particolare, ma non per forza di nicchia. Sky Arte non è un canale generalista e le sue strategie sono legate all’offerta complessiva di Sky, una differenza fondamentale che mette in campo anche modelli di economia dei media molto diversi: il digitale terrestre pubblico contro il satellitare privato.

Secondo te la Rete si sta rivelando primariamente uno spazio nuovo e vasto per sperimentare nuovi linguaggi, per testare nuovi format e nuovi generi e per cercare di comprendere, in maniera pragmatica, quale potrebbe essere la televisione di domani?

Il mio intervento si è concentrato proprio sul voler capire questa potenzialità della Rete. Citando un articolo di Luca De Biase apparso su “Nòva” ho proposto un atteggiamento per un verso umile e per l’altro sperimentale. Umile da parte dei canali e dei produttori nel senso di cercare di capire i cambiamenti e di ascoltare quanti ci stanno lavorando. E inoltre un atteggiamento sperimentale, nel senso di provare a lasciare che artisti, intellettuali, creativi, videomaker 2.0, provino modi, forme e pratiche diverse, senza cercare di ingabbiarli in modelli produttivi già conosciuti. Non si tratta di un’utopia bensì di importare pratiche che altrove hanno fornito esempi incoraggianti, come nel caso del National Film Board del Canada che sta sperimentando forme di racconto interattivo e crossmediale da diversi anni; o come la BBC o, ancora, la sezione Nouvelles écritures, il dipartimento di France Télévisione che sta lavorando per trasformare la tv di stato francese in una piattaforma transmediale realizzando web documentari crossmediali, serie interattive, giornalismo partecipato con i social network etc.

Esempi, questi che hai citato, molto importanti e partecipati.

Si tratta di esempi di un servizio pubblico che ha capito che la sperimentazione deve stare al centro di questo cambio di paradigma, che è tecnologico ma anche economico e culturale.
La cultura è anche la capacità di assecondare i cambiamenti provando a ragionare in maniera nuova, coniugando innovazione e creatività: ho mostrato così alcuni esempi, come la web tv olandese Submarine Channel che è stata in grado di circondarsi di videomaker e filmaker interessati alla sperimentazione, così come di artisti dell’animazione e creativi digitali offrendo ad un pubblico specializzato (ma sempre più vasto) video e giochi, clip e trailer, film interattivi e webdoc crossmediali nuovi, attrattivi, esteticamente innovativi.
Sperimentare per avvicinarsi ad un pubblico diverso che sta sempre più portando lo spettatore passivo a diventare un utente attivo.

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