Audio in tre dimensioni. La Wavefield Synthesis: Incontro con Hubert Westkemper

di Francesco Vitale

L’olofonia, corrispettivo acustico dell’olografia, è un po’ il “graal” degli ingegneri del suono e degli studiosi di acustica. Riprodurre con mezzi elettroacustici un ambiente di ascolto tridimensionale è infatti una sfida straordinariamente complessa e affascinante.

Il sound designer Hubert Westkemper (http://hubertwestkemper.com/) è da anni uno sperimentatore “sul campo” delle tecniche per la spazializzazione audio. Il suo lavoro con la spazializzazione binaurale – che in cuffia crea la percezione di uno spazio sonoro 3D – nello spettacolo Elettra, diretto da Andrea De Rosa, gli ha fruttato nel 2005 il premio UBU e il premio dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro.

Nell’ultimo lavoro di Luca Ronconi, Il Panico, andato in scena al Piccolo Teatro di Milano, Westkemper ha sperimentato la tecnologia di spazializzazione più avanzata sul mercato: la Wavefield Synthesis (WFS).

http://www.piccoloteatro.org/play/show/2012-2013/il-panico

Una tecnica, nata negli anni ’90 nei laboratori dell’Università Tecnica di Delft in Olanda, che consente di plasmare un campo sonoro fruibile in un’ampia zona d’ascolto. Un incontro organizzato a Milano dal centro sperimentale AGON (http://agonarsmagnetica.it/), di cui Westkemper è tra i fondatori, in collaborazione con l’azienda napoletana 3D Sound Image , è stata l’occasione per approfondirne il funzionamento.

http://www.3dsoundimage.com/

Per capire le potenzialità della WFS, dice Westkemper, è necessario comprendere i limiti delle tecniche di spazializzazione classiche. Nella stereofonia o nei sistemi surround la combinazione dei vari diffusori crea un’illusione psicoacustica, che fa percepire il suono come proveniente da un punto situato dietro una linea immaginaria che congiunge gli altoparlanti. L’illusione funziona in una zona molto ristretta, chiamata “sweet spot”: basta spostarsi anche solo di un metro da questa zona e l’immagine sonora ne risulta alterata. Ironia dell’acustica, in un teatro all’italiana lo “sweet spot” stereofonico è al centro della sala, proprio dove si trova il corridoio.

La WFS, invece, «genera fisicamente un campo sonoro indipendente dalle caratteristiche dello spazio in cui ciò avviene. Lo “sweet spot” si allarga a tutta la platea e permette agli ascoltatori di localizzare sorgenti sonore a varie distanze, anche in movimento, come se fossero reali». In determinate condizioni è addirittura possibile “proiettare” il suono qualche metro avanti ai diffusori acustici.

Per generare le sorgenti virtuali, la WFS sostituisce le onde sonore – che nella realtà si propagano concentricamente da una voce o da uno strumento, come le onde provocate da un sasso in uno stagno – con “fronti sonori” curvati nella stessa maniera e diretti verso chi ascolta.

«Partendo da un segnale mono il processore invia segnali audio a decine di diffusori indipendenti, allineati su un piano orizzontale di fronte o anche intorno al pubblico. Grazie al controllo del processore, diffusori interagiscono come se fossero un tutt’uno che “sintetizza” il fronte d’onda».

audio in tre dimensioni

La tecnica è efficace a 360° sul piano orizzontale. In teatro può essere sufficiente, ma Westkemper ha provato in alcuni casi ad aggiungere anche la dimensione verticale, per creare traiettorie sonore che scavalcassero le teste degli ascoltatori. «Ne Il Panico i diffusori erano collocati frontalmente», spiega «perché avevo bisogno di “illuminare” solo lo spazio acustico del palcoscenico, ma in un’installazione che ho realizzato per la mostra PRINCIPIA, tenutasi nel 2011 a Milano, il suono avvolgeva completamente il pubblico».
Questa tecnologia potrebbe trovare presto applicazione anche nel cinema? Westkemper è scettico «per due motivi: uno di natura industriale e uno di carattere estetico».
Per l’industria la WFS non è ancora conveniente: «non è a uno stadio di maturità tecnologica che le consenta di competere con i collaudatissimi impianti in dotazione alle sale cinematografiche. Senza contare che non esiste uno standard. Le colonne sonore delle pellicole esistenti andrebbero rimixate ad hoc per essere spazializzate in WFS».
Poi c’è un problema di natura estetica: «la resa è ottima negli spettacoli dal vivo perché il pubblico si trova di fronte all’azione e ha dei punti di riferimento visivi costanti», sostiene Westkemper. «Con i continui cambi di inquadratura del cinema, invece, la magia si perde molto più facilmente». Se e quando la WFS arriverà al grande schermo, sarà quindi necessario inventare un nuovo linguaggio, una nuova poetica, un nuovo modo di pensare il rapporto tra immagine, suono e spettatore.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

     

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>